Che dire, stringiamo la cinghia o ci fermiamo e capiamo?

Le aspettative di crescita economica per i prossimi anni prevedono una fase di crescita uguale a zero, a causa delle ultime crisi che si sono succedute e che hanno reso esausto il sistema produttivo e dei consumi.

2007 Crisi immobiliare

2008 Crisi bancaria

2009 Crisi finanziaria

2011 Crisi economica

2012 Crisi dei consumi

Questa serie di crisi ha in ultimo provocato una flessione nei consumi che in Italia secondo gli ultimi dati si è valutata pari al 3% nel 2012, riportandone il volume ai livelli del 1997.

Infatti, se fino allo scorso anno la crisi non veniva percepita dal pubblico a causa delle sue manifestazioni ai livelli alti dell’economia e della finanza, dallo scorso anno è diventata più evidente, e il pubblico ha cominciato a dover fare i conti con la diminuzione del denaro a disposizione sia per l’aumento della pressione fiscale che per la diminuzione del lavoro a disposizione.

Ci si può quindi aspettare per il biennio 2013-2015 una ulteriore flessione dei consumi con una probabile fase di stabilizzazione a partire dalla fine 2015, mentre il PIL nazionale probabilmente ricomincerà a salire già a partire dal 2013.

Grazie a questa crisi, si sta verificando una generale fase di rielaborazione dei consumi da parte del pubblico, e una uscita dal modello consumistico di fine XX° secolo verso un’altra modalità di concezione economica.

In realtà la società non è diventata più povera, ossia la ricchezza creata fin’ora non è stata cancellata, ma la percentuale di crescita della ricchezza nazionale si è arrestata ed è diminuita, significa che non si è prodotta più ricchezza (per circa il 1,5%) rispetto allo scorso anno. Quindi il problema potrebbe rivelarsi molto grave in un futuro anche prossimo, nel caso in cui non si agisca per correggere questo trend.

Secondo sociologi come Zygmunt Baumann (società liquida) o economisti come Elisabetta Napoleoni (pop-economy) in realtà ci troviamo di fronte ad una nuova concezione del mercato e dei suoi meccanismi. Siamo in una fase post-consumistica dove gli acquisti non sono più solo un mezzo per mostrare la propria identità, ma devono essere rappresentanti e portatori dei valori cui si crede. Ossia non è più vero che sono quello che acquisto, ma quello che acquisto corrisponde a quello che sono.

In poche parole il denaro in questa fase di crisi ha riacquistato il suo valore e la sua importanza, e viene usato solo per prodotti che possano realmente creare un valore aggiunto e corrispondere ai propri desideri.

La popolazione sta maturando, si allarga la fascia di coloro che sono consapevoli ed informati, che utilizzano la rete per scambiare idee e informazioni e inevitabilmente questa nuova consapevolezza si diffonde in tutta la popolazione.

Un video postato recentemente su youtube sul maltrattamento delle mucche in un macello negli stati uniti ha provocato il cambio del fornitore di carne da parte dell’amministrazione pubblica e di McDonald’s, un risultato inaspettato e interessante che nessuna organizzazione ecologista avrebbe mai potuto ottenere con i sistemi passati.

La Sardegna sta vivendo questa fase di crisi in modo forse più accentuato, la sua peculiarità di isola serbatoio di voti per i partiti, ha falsato lo sviluppo economico favorendo la creazione di aziende e attività economiche con il fine di creare occupazione e non quello di essere sul mercato. Tutto il sistema ha iniziato a crollare nel 2011, anche a causa di una insufficiente capacità governativa pubblica (che ha aumentato del 1,8% le spese correnti al netto degli interessi nel 2011). Il risultato, secondo il rapporto 22 del giugno 2012 di Banca d’Italia, ha riportato l’economia sarda ai livelli del 2005 con poche possibilità di miglioramento. Tuttavia l’occupazione nel 2011 è cresciuta del 1,8% soprattutto nel terziario, e grazie al ricorso alla cassa integrazione anche gli altri settori hanno potuto reggere. Solo il 52% delle persone in età da lavoro è occupato.

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